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Si può dire “molto migliore” o “molto maggiore”?

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Gli aggettivi di comparazione nella nostra lingua sono parecchi ed hanno forme e gradi molto differenti. Purtroppo le forme irregolari e difettive non mancano. In molti casi non è intuitivo passare dalla versione qualitativa di grado neutro, come per esempio grande a quella impiegata per esprimere rapporti in un confronto.

Nella costruzione delle comparazioni ci sono alcune regole prefissate da seguire, per fortuna queste molto lineari, ma che fin troppo spesso vengono ignorate a causa dell’infiltrazione dei registri più bassi della lingua parlata in quella scritta.

Il risultato sono errori grammaticali e sintattici che devono essere combattuti sempre e mai giustificati. Anche se è un problema che si è rafforzato considerevolmente negli ultimi anni, non si può ignorare come la presenza di infatuazioni poetiche, francesismi, anglicismi e spagnolismi barocchi in molti casi abbia portato il dubbio in seno alla nostra lingua.

Il risultato sono costruzioni sintattiche e grammaticali aliene che per brevi periodi hanno fatto la loro comparsa in letteratura o nell’italiano scritto, superando i confini della lingua parlata in strada e i non sempre rigidi controlli dei correttori di bozze. Spesso sono errori che si trascinano per abitudine e che di rado vengono segnalati e che quindi finiscono per fissarsi nel modo di parlare.

Anche se gli errori con i comparativi sono presenti nel registro colloquiale, in particolare nei dialetti di alcune zone rilevanti dal punto di vista culturale, per esempio perché sono spesso zone in cui vengono ambientati film e altri media, questi finiscono per affacciarsi costantemente in ambito ufficiale, ma non bisogna lasciare loro spazio.

Altrimenti questi costrutti erronei potrebbero stabilirsi definitivamente nella nostra lingua. Anzi sarebbe opportuno fare uno sforzo attivo e il possibile per allontanarli per sempre.

Uso corretto dell’aggettivo “molto” nelle comparazioni

L’aggettivo “molto” si utilizza per rafforzare un aggettivo comparativo. Ad esempio, “molto migliore” è corretto, mentre “più migliore” è un errore. L’aggettivo “molto” non può essere utilizzato con i superlativi assoluti, come “massimo”.

Esempi pratici

Vediamo qual è il modo corretto per utilizzare “molto” nelle comparazioni con due esempi:

  • Corretto: “Il burro è molto più buono della margarina.”
  • Errato: “Il burro è più migliore della margarina.”

Molto come strumento di comparazione

L’aggettivo molto, che esiste anche in forma avverbiale se riferito a un verbo, si utilizza nelle comparazioni indefinite ma limitate, ovverosia quando sono presenti uno o più elementi di riferimento con cui si fa il paragone. La forma avverbiale invece non richiede sempre questa struttura come nella frase: ho mangiato molto.

Se abbinato ad un altro aggettivo, ad esempio peggiore, migliore, maggiore ecc. molto assume una funzione di rafforzamento del grado. Questo perché quella tipologia di parola, che si chiama comparativo sintetico è aperta all’aggiunta di molte sfumature che la collocano in punti differenti di una scala di raffronti. Ad esempio la frase il maggiore dei miei fratelli è completamente esplicativa del posizionamento, in questo caso nella gamma di età. Per questo la sintesi.

Nel caso in cui però volessi dire che l’età di uno dei miei fratelli è nettamente superiore rispetto a quella degli altri, dirò per esempio: l’età di Gabriele è molto maggiore rispetto a quella di Franco e di Diego.

In questo caso l’impiego è completamente lecito e sintatticamente corretto, anche se la forma non è bellissima e sicuramente lo stesso concetto può essere espresso in una maniera più fluida in base al contesto.

Se, invece, si desiderasse rendere assoluto il comparativo, escludendo definitivamente la possibile comparsa di un elemento successivo nella scala non si può utilizzare l’aggettivo molto, perché sia nelle forme regolari che di quelle irregolari è già implicito il grado.

Ad esempio una frase come il molto maggiore dei miei fratelli, in italiano è completamente priva di senso e pleonastica, perché dentro il comparativo maggiore in questo caso è già incluso il livello di distacco quantitativo .

Di fatto nella frase quello che si starebbe cercando di ottenere è un superlativo relativo, che invece è presente con un’altra forma, che è prefissata e non modificabile cioè semplicemente articolo+aggettivo determinativo: il maggiore. La funzione della particella è quella di fissare in modo univoco il senso, escludendo la presenza di altri concorrenti.

Il superlativo assoluto, invece è diverso. Ci sono forme regolari e irregolari, in italiano, mutuate dal latino, dove spesso la difettosità delle parole ha spinto a utilizzare termini affini per compensare le lacune della lingua. Nel caso di maggiore per esempio è massimo e non può essere mai associato a più, meno, molto, poco ed altri aggettivi proprio per via del fatto che il grado rappresenta l’apice della scala.

Sono da considerarsi sempre sbagliate forme come più maggiore o più massimo, per esempio, perché rappresentano il tentativo di superare un confine prefissato dalla scala, mentre una forma come più grande o meno grande è corretta.

Questo perché si trova sempre all’interno della suddivisione di gradazione e viene utilizzata per introdurre divisioni intermedie e sfumature nel concetto che altrimenti non sarebbe possibile esprimere in modi diversi.

L’avverbio di quantità in queste fasce intermedie dove è consentito non deve essere omesso, perché è spesso strutturale per la completezza e il senso della frase. Una rapida lista da consultare e che comprende tutte le forme avverbiali disponibili è:

troppo, tanto, solo, quasi, quanto, poco, piuttosto, più, parecchio, molto, meno, assai, appena, altrettanto, alquanto, affatto, abbastanza

Con queste parole si possono costruire per associazione con l’aggettivo le locuzioni necessarie per esprimere i gradi intermedi nella scala dei valori in maniera sufficientemente determinata se ci sono i termini di paragone.

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Sostituzioni

Ci possono essere contesti e motivi per i quali si preferisce non utilizzare la forma comparativa, perché ad esempio è stata già impiegata e quindi diventerebbe ridondante o pleonastica oppure per questioni di fluidità della lettura e del ritmo.

In questo caso si può ricorrere all’utilizzo di locuzioni e frasi più o meno complesse aggirando il problema, anche restando nello stesso registro, ad esempio: Gabriele è il maggiore dei miei fratelli, potrebbe diventare Gabriele è il più grande dei miei fratelli.

Qua la sostituzione si presenta con un significato che è quasi completamente sovrapposto all’originale, salvo leggere sfumature che sfuggono nella maggior parte dei contesti e anche se scivola leggermente fuori dal probabile tono della frase, resta comunque intellegibile e corretto.

Non sempre è consentito dall’ambito l’impiego di alcuni sinonimi, per via del registro, ma l’italiano è una lingua che in ogni sua forma, scritta o parlata, mal tollera le ripetizioni di termini e parole.

Allo scrittore è richiesto, se possibile, di variare frequentemente e con gusto per evitare problemi di ordine estetico a differenza, per esempio, dell’inglese dove le ripetizioni persino del soggetto tra frasi contigue sono obbligatorie.

In definitiva, quindi, l’impiego di rafforzativi è valido come regola generale nei casi in cui l’aggettivo comparativo che si intende utilizzare per posizione della scala dei valori non ne occupa il vertice o la base.

Più e meno, invece, sono banditi dai comparativi di ordine superiore o inferiore, ma si usano per il grado base o neutro, come nella frase: il burro è più buono della margarina. Il significato, è analogo però a: il burro è migliore della margarina.

In questo caso si può rafforzare con l’aggettivo molto, per sottolineare il concetto: il burro è molto più buono della margarina. Nel secondo caso, invece no. La frase il burro è più milgiore della margarina è un errore. Usare molto, invece è consentito.

Conclusioni

L’italiano deriva le sue forme comparative da quelle latine e per questo molti aggettivi possono dare origine a problemi, soprattutto quando si tratta di dover esprimere gradi in maniera molto precisa e ci si trova di fronte alle forme irregolari.

In latino, infatti, non si usano se non di rado e in registri bassi o popolari le particelle esterne, ma il grado viene espresso direttamente dalla desinenza e in alcune casi dalla radice stessa.

Purtroppo l’italiano ha preso spesso forme irregolari a volte di difficile costruzione, come per esempio quelle relative a molto migliore e molto peggiore.

Per questo è sempre bene tener presente la tabella dei gradi e utilizzarla per capire la distanza rispetto agli elementi di comparazione.

Un assoluto si trova sempre in cima o in fondo alla scala e non prevede elementi di comparazione che portino rispettivamente più in alto o in basso all’interno dell’insieme.

Gli altri gradi, che invece sono relativi, possono essere modulati in vario modo, ma aggiungere avverbi di comparazione come più o meno ad un comparativo è sbagliato, mentre molto e poco hanno il loro ruolo.

Domande frequenti

Cosa sono gli aggettivi di comparazione?

Gli aggettivi di comparazione sono usati per confrontare due o più elementi, indicando se uno ha una qualità in misura maggiore, minore o uguale rispetto a un altro.

Quali sono le forme principali degli aggettivi di comparazione?

Le forme principali sono il comparativo di maggioranza (es. “più grande”), il comparativo di minoranza (es. “meno interessante”) e il comparativo di uguaglianza (es. “così alto come”).

Come si usa l’aggettivo “molto” nelle comparazioni?

“Molto” si usa per rafforzare un aggettivo comparativo (es. “molto migliore”) ma non può essere usato con i superlativi assoluti (es. “massimo”).

Quali sono gli errori comuni nelle comparazioni?

Errori comuni includono l’uso di frasi come “più maggiore” o “più massimo”, che sono scorrette.

Cosa sono i comparativi sintetici e analitici?

I comparativi sintetici sono forme come “migliore”, mentre i comparativi analitici sono costruzioni come “più buono”. L’uso del comparativo sintetico è preferibile in molti contesti formali.

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