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Perché il self-publishing è il nuovo punk

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versusA metà degli anni ‘70, in Inghilterra, le compagnie discografiche possedevano il totale controllo del mercato musicale. Chiunque volesse intraprendere una carriera nel campo della musica doveva avere un contratto discografico. Anche le stazioni radiofoniche erano poche e avevano bisogno delle case discografiche per arrivare agli artisti. In cambio, ovviamente, trasmettevano i loro dischi. Insomma, senza il supporto di una casa discografica non avevi alcuna possibilità di emergere.

Bisogna dire che in quegli anni il panorama musicale si era pericolosamente appiattito. Le classifiche erano piene di canzoni prevedibili, che venivano create con grande dispiego di mezzi basandosi su formule di successo. Sì, è vero, c’erano anche dei musicisti che tentavano di produrre cose originali, ma venivano comunque tenuti ai margini.

Visto che l’obiettivo primario era il profitto, le case discografiche non avevano alcun interesse a uscire dal seminato. Così, riproponevano di continuo le stesse cose, sapendo che era il modo più semplice per fare soldi. Lo so, qualcuno di voi potrebbe dirmi che sto esagerando e citarmi il nome di quel gruppo o di quell’altro, ma l’unica risposta che posso darvi è di guardare le classifiche settimanali fra il ‘73 e il ’75  e vedere effettivamente quante canzoni di qualità ci fossero.

Poi è arrivato il punk. I giovani, insoddisfatti da quello che offriva il mercato, si ribellarono. L’innovazione tecnologica cominciava a permettere di registrare in proprio in maniera semiprofessionale e così questi ragazzi ne approfittarono. Allo stesso tempo, alcuni dj della scena pionieristica – visto che la distribuzione era ancora in mano a pochi – iniziarono a promuovere da soli il loro lavoro. Nel giro di pochi mesi il panorama musicale cambiò in maniera netta.

Ovviamente, da parte dell’establishment, ci fu una reazione piuttosto violenta. Le case discografiche, e anche alcuni musicisti affermati, iniziarono a dire che quello era solo rumore, si misero a criticare la qualità del suono e la mancanza di capacità tecniche. Ciò nonostante, la musica punk fece subito presa e così iniziarono a nascere tante piccole case discografiche. L’energia, la passione e la convinzione che accompagnavano questa rivoluzione, fecero emergere non soltanto i fenomeni punk che poi sono entrati a far parte della storia, ma anche migliaia di musicisti che continuano tutt’oggi a vivere del loro lavoro grazie un numero ristretto, ma molto fedele, di estimatori.

Ci tengo a precisare che non sono un vecchio punk nostalgico, e che quando tutto questo accadeva io avevo cinque anni. Ma oggi è chiaro, guardandosi indietro, che il punk fu capace di scuotere le fondamenta dell’industria musicale.

Facciamo un passo avanti e arriviamo a oggi. Al posto delle compagnie discografiche ci sono le grandi case editrici. Le grandi case editrici odiano i self-publisher, ma soprattutto odiano aziende come Amazon che hanno reso il self-publishing uno strumento alla portata di tutti. Le grandi case editrici criticano la qualità dei libri autopubblicati, dimenticandosi che anche nell’editoria “ufficiale” per ogni Donna Tartt esistono centinaia di libri di celebrità televisive o sportive o di romanzi-fotocopia pubblicati solo per sfruttare la scia di qualche fenomeno editoriale. Le grandi case editrici accusano anche i self-publisher di aver innescato una spirale al ribasso dei prezzi e affermano che loro, in questo momento, non possono investire sugli esordienti, senza tenere conto del fatto che sono i primi ad approfittarsene tenendo irragionevolmente alti i prezzi dei libri e basse le percentuali degli autori. In realtà, le grandi case editrici sono sempre meno interessate all’aspetto culturale del loro lavoro e sempre più al profitto. Chiunque abbia ricevuto un rifiuto, basato non sulla qualità del proprio manoscritto ma sul fatto che apparentemente non esistesse mercato per quel genere di libro, è in grado di testimoniarlo.

Il self-publishing può anche essere un fenomeno negativo per gli editori, ma è estremamente positivo per scrittori e lettori. Come accaduto ai musicisti punk, gli scrittori oggi non hanno più bisogno delle case editrici per rendere disponibile il loro lavoro. Sì, questo vuol dire che ci saranno anche dei libri di scarsa qualità – così come c’erano centinaia di gruppi punk che non avevano idea di quello che stavano facendo e non sono mai riusciti ad andare oltre una semplice accozzaglia di rumori – ma per ogni romanzo che sarebbe dovuto rimanere nel cassetto, ce ne sono molti che sono passabili, o buoni, o anche molto buoni o addirittura straordinari. Rispetto a prima, inoltre, sono molti di più gli scrittori che riescono a guadagnarsi da vivere facendo ciò che amano. Questo non potrebbe accadere se i lettori non comprassero i loro libri. E i lettori non comprerebbero i loro libri se non fossero soddisfatti di quello che leggono. Alla fine, i veri vincitori sono proprio i lettori, perché hanno accesso a un’offerta più ampia e diversificata. Non c’è da sorprendersi che i più felici di tutti siano gli amanti della narrativa di genere. Se una volta la scelta era limitata dalla decisione delle case editrici di perseguire un determinato filone (e solo i veri fan riuscivano a trovare dei piccoli editori che pubblicassero qualcosa di diverso), adesso i lettori hanno accesso a una grande varietà di generi che si mischiano anche tra loro. Se i punk sperimentavano introducendo nella loro musica elementi di ska o di elettronica, i self-publisher vanno in cerca di un pubblico facendo esperimenti con vari generi letterari. In più, tutto questo ha un prezzo accessibile. Dal momento che non ci sono intermediari, gli autori sono in grado di ottenere maggiori profitti, mentre i lettori possono pagare meno e permettersi il lusso di provare cose nuove – differenti generi letterari o raccolte di racconti o persino la poesia – scoprendo magari che gli piacciono.

In realtà, non è vero che il self-publishing è un fenomeno positivo soltanto per scrittori e lettori, lo è anche per gli editori. Perché a dispetto di tutte le lamentele e di tutte le critiche, le case editrici – così come quelle discografiche che negli anni ‘70 scoprirono e misero sotto contratto i Clash o i Sex Pistols – possono sfruttare questa opportunità per individuare degli autori indipendenti che vendono bene. Questi scrittori, che godono già di un largo seguito e il cui successo è basato sul passaparola, potranno così entrare nel circuito ufficiale garantendosi nuove opportunità di distribuzione, soprattutto su mercati di lingua straniera. Si tratta di un’ottima opportunità anche per le case editrici, perché significa trarre profitto da libri sui quali, in precedenza, non si è fatto alcun investimento.

Questo è esattamente ciò che è successo con autori come Amanda Hocking o Hugh Howey. La stessa Amazon cerca di individuare i potenziali autori di bestseller, utilizzando i dati in suo possesso, prima che questi arrivino a ottenere un successo di una certa portata. Questo modo di fare, nel tempo, diventerà sicuramente la norma.

Così, invece di lamentarci riguardo a una presunta morte del romanzo, dovremmo rallegrarci per la scomparsa definitiva di questo rigido status quo e per l’esplosione di creatività portata dal nuovo punk, il self-publishing.

Dylan Hearn

Why self-publishing is the new punk, originariamente pubblicato su Suffolk Scribblings

Traduzione a cura di Alberto Forni

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