Scrivere

Perché gli scrittori scrivono?

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Perché gli scrittori scrivono

Per soddisfare una necessità fondamentale. Una necessità che tutti gli esseri umani hanno: quella di affermare la propria presenza nel mondo fisico. È questo il motivo per cui, ad esempio, i bambini amano disegnare animali, case, la mamma. Dal momento in cui veniamo al mondo, la vita ci circonda di stimoli che colpiscono i nostri sensi. La luce del sole, le stelle, e poi colori, e profumi, e suoni. Cose morbide, cose dolci, fredde e calde, cose salate. Le differenti espressioni nel viso delle persone, il loro singolare tono di voce.

Per anni, tutto questo si riversa dentro di noi e l’unica cosa che possiamo fare è assorbire, finché un bel giorno ci sediamo, prendiamo in mano un pennarello e facciamo un disegno per dire Sì! Ci sento! Ci vedo! Percepisco queste cose! Le vedo in questo modo! È un processo di creazione dinamico che prende forma a cavallo del confine della pura ricettività.

Per dare forma alle cose che percepiamo ma non riusciamo a vedere. Ad esempio, entri in soggiorno, tuo padre è sdraiato sul divano e ascolta della musica. Sei ancora piccolo, per cui lui non si accorge della tua presenza. Lo guardi. Il suo volto sta seguendo l’andamento della musica, è un’espressione dolce, intangibile, profondamente racchiusa in se stessa. Ma è anche un’espressione che porta con sé un po’ di dolore. È qualcosa di strano, qualcosa che non hai mai visto. A un certo punto, tuo padre ti vede e sorride e tutto sembra cambiare eppure, allo stesso tempo, la stanza è ancora pervasa da quella musica e da quella espressione.

La narrativa imita la vita così come certi insetti imitano le foglie. La narrativa ha sempre a che fare con quello che avrebbe potuto, o potrebbe, o potrà accadere; si occupa del ricco ma invisibile sottostrato dei momenti di ordinaria quotidianità.

Per sentirsi importanti, in senso puramente egotistico. Per avere un punto di vista originale ci vuole un ego. Se ti senti dire spesso che quello che pensi è banale o stupido, il tuo ego si sentirà offeso. E come uno di quei teenager che si chiudono in camera, si metterà a blaterare: “Nessuno mi ascolta. Nessuno si interessa a me. Ma un giorno gliela farò vedere”. Per l’appunto, fargliela vedere – ovvero dimostrare quanto valevo – ha sempre costituito un motivo scatenente per la mia scrittura.

Quanto meno all’inizio. Sì, certo, come motivazione è forse un po’ squalliduccia, e lascia il tempo che trova, ma è anche un formidabile motorino d’avviamento, una specie di corazza che può permetterti di lottare per affermare il tuo modo di vedere le cose. L’unico problema è che più l’ego si impegna in questa lotta, più il punto di vista tende a restringersi. Per questo, in un certo momento della mia vita, ho preferito isolarmi socialmente, proprio per non dover combattere. Ma quando il motorino si è un po’ calmato, ho iniziato a comprendere i punti di vista altrui.

Per mostrare cose che potrebbero essere ignorate. Una volta ero in una caffetteria e ho notato una donna, in piedi, che stava facendo un discorso un po’ sconnesso. Era giovane ma mostrava già i segni dell’età, aveva i capelli tinti male e la pelle piena di rughe. Rideva e scherzava ma il suo corpo aveva una postura parzialmente collassata, che sembrava comunque abituale. Parlava a voce alta, con un linguaggio molto diretto, ma allo stesso tempo mostrava una certa diffidenza. Alla fine, a dispetto di tutto, ho notato qualcosa in lei, qualcosa che tentava di combattere contro il senso di sconfitta, una specie di vitalità dolce che si irradiava con decisione attraverso il suo baricentro. Se non avessi fatto attenzione, se non avessi guardato attentamente, non mi sarei potuta rendere conto di quanto ancora vi fosse di umano e vitale in quella donna.

Esistono piccole cose, piccole cose nascoste, oserei dire “delicate”, che è un peccato che vengano ignorate oppure interpretate male. Io voglio rendermi conto di questo genere di cose, voglio prendermene cura (per quanto poi, in quello che scrivo, preferisca lasciarle in un contesto di piccole cose). E voglio farlo perché ritengo che parte del mistero della nostra vita risieda nella grazia di questi momenti, nella singolarità di questi fenomeni, in contrasto con l’indifferenza e l’ottusità a cui siamo normalmente soggetti.

Per comunicare. Leggere è un atto di ricettività dinamica che crea un profondo senso di scambio. Mi piace scrivere, ma mi piace anche leggere. Mi piace stare da tutte e due le parti della scrittura.

Per mettere ordine. Per amare. Quando inizio a scrivere una storia, non ho la percezione di star tirando le fila del racconto, anzi, mi sento come se stessi marciando nel fango. Ma arriva sempre un momento in cui mi rendo conto di possedere tutti gli elementi, in ordine, all’interno di un contenitore trasparente. Ma non è come se li avessi messi io, lì dentro, è come se io li avessi soltanto portati in vita permettendo loro di essere quello che devono essere. In quel momento, i miei dubbi e la mia rabbia possono essere ancora presenti, ma non sono più centrali, e anche la tristezza si trasforma in un sentimento languido che mi permette di provare gioia e amore. Ed è strano perché la maggior parte di quello che scrivo non sembra riguardare direttamente questo genere di sentimenti. Ma scrivere, sì, scrivere mi fa provare amore.

Mary Gaitskill

Estratto da The Six Motives of Creativity: Mary Gaitskill on Why Writers Write, originariamente pubblicato su brainpickings.org

Traduzione a cura di Alberto Forni

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