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Il futuro dell’editoria secondo Guy Kawasaki

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guy-kawasakiCome vedi il futuro dell’editoria nei prossimi 5 o 10 anni?

Alla lunga credo che si affermerà il digitale. Capisco che ci siano delle resistenze nell’abbandonare la carta ma, così come non usiamo più la cartografia, nel futuro non leggeremo libri di carta. Gli editori sicuramente non saranno d’accordo con questa visione ma penso che le cose stiano così.

Siti come BuzzFeed o Huffington Post usano un modello basato su contributi gratuiti. Lo stesso fanno molte startup come Upworthy e Medium. Pensi che sul lungo periodo possa funzionare?

È vero che stanno sorgendo molte nuove società nel campo dei media ma non è detto che avranno successo. Ormai, su Internet, l’accesso ai contenuti sembra diventato una sorta di diritto acquisito, ognuno pensa che il proprio tempo sia così importante che impiegarlo per leggere qualcosa è una specie di concessione. Stando così le cose, è difficile pensare che la gente sia disposta a pagare per i contenuti. E non credo che questa tendenza possa cambiare. Bisogna quindi trovare altri modelli di business.

Pensi che, a mano a mano che l’informazione si sposta online, i contributi gratuiti prenderanno il sopravvento sulle tradizionali forme di collaborazione giornalistica?

Be’, finché ci saranno persone che ritengono che scrivere gratuitamente per Forbes o Huffington Post possa in qualche modo essergli utile, questo modello continuerà a esistere. Detto questo, non credo che il problema sia quello di contenere i costi. Il problema è quello di aumentare le entrate. È questa la sfida. Ad esempio ci sono molte possibilità di crescita per l’advertising online. Purtroppo, molti credono ancora che a loro non serva perché usano già i social media per conto proprio. Però non è così. In questo momento solo i grandi marchi sono disposti a investire nella pubblicità online.

Non pensi che il modello “lavoro in cambio di visibilità” abbassi necessariamente la qualità al punto da portare certi contenuti ai limiti dell’irrilevanza?

Finché ci saranno giovani disposti a tutto pur di costruirsi un curriculum, questa cosa continuerà a esistere. D’altra parte accade lo stesso nell’industria cinematografica, dove ci sono un sacco di ragazzi disposti a lavorare gratis nella speranza che prima o poi si apra una possibilità. Quando finirà il modello “stagismo”? Secondo me mai. Quindi adesso il problema è: che fine faranno quei pezzi giornalistici che magari hanno bisogno di sei mesi di lavoro? Voglio dire, se non fossero stati dipendenti del Washington Post, come avrebbero fatto Bernstein e Woodward a portare alla luce lo scandalo Watergate? Penso che ci siano due soluzioni. Una è che i costi di questo tipo di giornalismo vengano presi in carico dal governo, l’altra è che intervengano fondazioni private come la McCarthy Foundation o la Ford Foundation. Il fatto che Medium abbia 100 milioni di pagine visitate non significa, purtroppo, che Medium possa permettersi di sostenere un reportage investigativo di largo respiro su, facciamo un esempio, i rifiuti tossici scaricati dalla Boeing nell’area di Seattle.

C’è anche un proliferare di pezzi a forma di lista o punti al posto di articoli di una certa ampiezza e profondità. Al di là di tutto, mi sembra che questa tendenza definisca abbastanza bene lo stato del giornalismo attuale.

È vero. Ti do un altro possibile modello di business. Dai via gratuitamente i tuoi contenuti ma guadagna attraverso seminari, corsi e cose del genere. È possibile. In fondo non è che tutti si avvicinano alla scrittura per fare dei soldi. Voglio dire, non è esattamente l’associazione mentale più logica. D’altra parte gli editori sono dei dinosauri. Guardano il cielo, vedono un puntino nero e pensano che sia un granello di polvere. Invece è un meteorite che sta cadendo proprio su di loro. Io penso che sia un periodo eccellente per gli scrittori, perché oggi chiunque può pubblicare un libro e non deve necessariamente affidarsi a una casa editrice per avere successo. In questo senso mi sembra una democratizzazione dell’editoria.

Tu ti sei autopubblicato dei libri?

Sì, ho pubblicato Ape (Author, Publisher Entrepreneur) – un manuale che spiega come autopubblicarsi un libro e promuoverlo – e What The Plus!, una guida a Google+. Quindi sì, gli ultimi due me li sono autopubblicati. E devo dire che in termini economici ho avuto più soddisfazioni di quando passavo attraverso un editore. In fondo l’editoria non è una scienza esatta, per cui se sei Hillary Clinton – che come anticipo per la propria autobiografia prende 5 milioni di dollari – puoi essere soddisfatto. Ma quante persone di quel tipo ci sono al mondo? Al massimo cinquecento.

Chi è Guy Kawasaki?

Guy Kawasaki Reveals The Future of Publishing, originariamente pubblicato su Forbes

Traduzione a cura di Alberto Forni

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