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Gianmario Merizzi e le sue “Storie del Turuqad” pubblicate con Youcanprint

5 minuti di lettura

gianmario-merizziNon v’è dubbio che per aspirare a diventare uno scrittore prima di tutto serva leggere, leggere e amare farlo. E fin qui avevo le carte in regola. Al contrario non avevo mai dato prova di saper scrivere estesamente. E questo sembrava un motivo ragionevole per metter subito da parte quell’idea. Ma poteva anche essere il motivo (forse meno ragionevole ma più audace) per provarci e vedere cosa potevo combinare.

In ogni caso, non si trattava solo di mettersi a scrivere, rileggersi con un po’ di benevolenza e concludere «comunque, fai schifo!», oppure «ma sì, potresti anche passare per uno scrittore… forse un po’ involuto, ma pur sempre leggibile». A quel punto c’era in ballo ben altro. Quel “punto” erano 50 anni suonati alla campana della vita, quando improvvisamente senti il bisogno di chiudere i cerchi, di portare a termine cose lasciate da tempo per aria, di dar loro una fisionomia che sia riconoscibile anche agli altri e che magari li invogli a prestar loro un po’ di attenzione. Insomma, ti viene voglia di credere che il tuo passaggio su questa terra, in questo tempo, tra queste persone, possa lasciare qualche traccia. Ma non fatemi cadere nel retorico, ci siamo intesi, no?

Tra le cose curiose rimaste per aria c’erano le storie di Matilde, storie inventate sul fare di innumerevoli notti, seduto accanto al lettino, alla ricerca del passaggio segreto per il suo mondo dei sogni. Quasi sempre di sonno ne avevo io più di lei e allora serviva qualcosa da raccontare. E siccome ero troppo esausto per arrivare allo scaffale e passare in rassegna libri già letti e spremuti, ecco che comincio a raccontare quello che mi passa per la mente, spesso vacillando su un tenue dormiveglia dove viene a galla (e qualche volta affonda) un po’ di tutto. Con una certa gravità, Matilde mi accorda ogni sera qualche secondo per metter a punto un’idea di storia: un personaggio, il suo modo per realizzare un sogno, per sconfiggere un malvagio, per scoprire se stesso, per essere redento (non prendetemi troppo alle lettera, a volte c’era solo una ciambella da rubare alla nonna o poco di più).

Inaspettatamente il meccanismo funziona. Matilde salta volentieri nel letto perché c’è “la storia del papà” e io, che inizialmente vedevo nel rituale della “storia” una sorta di anestetico da rendere efficace il più in fretta possibile, una volta innescato il mio ruolo di narratore non smetterei più di raccontare e mi cruccio se Matilde si addormenta troppo in fretta.

Gli anni passano. Matilde è cresciuta e quei momenti di intimità narrativa tra noi due sono un ricordo. Ma tra tutti i ricordi, quello ha un posto speciale e desidero che non svanisca. Così mi decido. Con qualche difficoltà recupero dalla memoria una manciata di quelle storie e inizio a scrivere. Scopro che scrivere è molto diverso dal raccontare a voce. Le storie restano le stesse ma è il modo in cui ora posso narrarle e il sapore delle parole che escono dalla penna a prendere il sopravvento. Forse sto tradendo l’essenza del racconto, ma non riesco a fare altrimenti, sono affascinato dalla scrittura. Col risultato che questo mi rallenta. Divento esigente, spesso non mi sento in vena e passano lunghi periodi in cui non scrivo una virgola. Il progetto rischia di naufragare. Serve uno nuovo stimolo, devo alzare la posta. Così decido che questo non sarà solo un manoscritto nel cassetto ma diventerà veramente un libro, come quelli che si tengono sugli scaffali. Ne parlo in famiglia, ne parlo con gli amici, creo un’aspettativa che non posso deludere. Sei mesi dopo il testo è finito. Lo faccio leggere a un pool selezionato di lettori amichevoli, correggo refusi, errori di sintassi e incongruenze narrative. Pronto! (insomma … non mi sentivo del tutto pronto, ma non era il caso di cavillare oltre).

Ora, se avete creduto che mi stessi immaginando di stracciare le vendite della Rowling, di vincere un Pulitzer o di tappezzare col mio volume la Fiera del libro per ragazzi di Bologna (dove peraltro risiedo), beh, ci ho fatto un pensierino… macché, nulla era più estraneo al mio piano d’azione che andare a mendicare l’attenzione dell’editor di una casa editrice tradizionale. Non potevo fare tutto da solo, d’accordo, ma chi faceva al caso mio andava cercato da un’altra parte. Lo sapevo bene, anche perché sono un bibliotecario. Una stampa di qualità, un ISBN, una distribuzione sufficientemente capillare, un servizio clienti che si comporti come se stessimo lavorando ad un progetto comune, ad un interesse comune. Questo mi serviva. Ah, anche un prezzo ragionevole non ci sarebbe stato male.

Per farla breve, mi sono rivolto a Youcanprint a ragion veduta, sapendo cosa volevo e cosa potevo ottenere, soppesando bene le varie offerte. E siccome non sono qui per lisciare nessuno, non nasconderò che per portare a casa esattamente quello che avevo in mente sono servite parecchie mail. Non so se ora sul mio dossier in azienda campeggi la parola “pignolo”. Il dato importante è che ho sempre ottenuto risposta e, al bisogno, anche il Capo Supremo ha fatto la sua parte, con competenza e passione.

Ora il mio libro, in una veste tipografica invidiabile, decora le librerie di parenti e amici. Qualcuno deve averlo persino letto, e qualcun’altro l’ha addirittura acquistato, in libreria oppure online. Insomma, Manzoni stimava di avere 25 lettori, e io sono sulla buona strada. Quello che non ho sentito il bisogno di fare è promuovere il libro, cercare di convincere la gente che valga la pena di acquistarlo e leggerlo. Dico sul serio, con l’abbondanza di romanzi e racconti eccellenti che c’è in giro a me sembra una bella pretesa. Non è per questo che ho preso carta e penna.

Gianmario Merizzi

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