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Giuseppe Pataro intervistato sulla sua opera “Sul sentiero dell’amicizia”

9788892634077Giuseppe Pataro racconta il cammino intrapreso affianco ad Antonio Orsini sul sentiero dell’amicizia, dagli anni dell’infanzia all’ultimo capodanno festeggiato insieme, la passione comune per le automobili, per l’arte, lo sport e la natura. La morte prematura e inaspettata di Antonio ha cambiato ogni cosa, ma la gioia nel ricordare ogni momento vissuto insieme e la gratitudine per ciò che quest’amicizia ha lasciato nel cuore si fanno spazio tra il dolore e permettono di narrare la storia di un legame sincero e fraterno.

Perché hai deciso di scrivere prima e pubblicare dopo un racconto cosi personale?

Ho deciso di scrivere questo libro nelle settimane successive alla tragica scomparsa del mio migliore amico. Stava nascendo in me una nuova paura. Il terrore di cominciare inevitabilmente a dimenticare le nostre mille avventure. Purtroppo la mente umana fa si che con il tempo i ricordi si affievoliscano, cosi non volevo in alcun modo darla vinta al tempo. Inoltre non poteva finire tutto cosi in quel modo, senza una spiegazione, senza un perché. Il sentiero dell’amicizia doveva comunque continuare in qualche modo. Quando ho cominciato a scriverlo non avevo la minima intenzione di pubblicarlo, scrivevo solo per combattere l’urlo che aleggiava dentro di me, ma con il tempo si è fatta strada questa possibilità. Tutti avevano in diritto di conoscere la nostra straordinaria amicizia.

Erri De Luca, in una sua poesia, Due, conclude “quando saremo in due cambierà nome pure l’universo, si chiamerà diverso”. Non vorrei essere irrispettoso nei tuoi confronti, ma solo sapere da te cosa accade a un rapporto così straordinario come quello che legava te e Antonio, quando viene a mancare chi, tu, nel tuo libro, dici “basta sapere che c’è”?

Il verso della poesia citato calza a pennello, effettivamente noi eravamo simili ma diversi. Nel momento in cui cominci a elaborare la notizia, ti sembra di sprofondare in un abisso. Il migliore amico è il migliore perché basta solo la sua presenza, anche se è lontano migliaia di km, ad affrontare la vita di tutti i giorni. Sai che in qualsiasi momento puoi contare su una persona non della famiglia pronta a fare di tutto per te. Potrebbe sembrare un discorso opportunistico ma non lo è. Il migliore amico anche con una banale battuta ti può cambiare la giornata. Quando tutto ciò viene a mancare ha solo voglia di urlare contro il cielo. Ma dopo la prima fase di elaborazione della mancanza due strade è possibile seguire, o lasciarsi andare e chiudersi in se stessi, abbandonando tutti i sogni e le speranze. Oppure reagire, combattendo l’urlo, continuando a sognare il meglio. Io evidentemente ho intrapreso la seconda strada

Il libro è molto semplice. Non usi paroloni, citazioni di bei testi sull’amicizia (penso a “L’amico ritrovato”, “Elogio dell’amicizia”). Lo stile e il registro linguistico risultano semplici e il testo scorrevole. Come mai questa scelta?

Ho scelto di scrivere il libro di mio pugno senza l’aiuto di nessuno, se non di mio fratello per la correzione delle bozze e l’editore per la revisione finale. Non sono e non ho certo ambizioni di divenire uno scrittore a tutti gli effetti. Avrei potuto chiedere aiuto a professori o esperti del caso, ma non mi sembrava giusto nei confronti della nostra amicizia. Se avessi scritto un opera letteraria vera e propria, forse non sarei riuscito a trasmettere ciò che la nostra amicizia rappresentava. Eravamo due amici semplici e semplice doveva essere il libro, in modo che potesse raggiungere un vasto pubblico, tutti soprattutto i più piccoli. Sarei molto felice infatti se i miei principali lettori fossero proprio i bambini.

Il libro è scritto in prima persona, eccezion fatta per l’ultimo capitolo. Perché?

A questa domanda rispondo al contrario. Ho scritto l’ultimo capitolo come se fosse un racconto immaginario scritto da un’altra persona, perché quello è solo un racconto di pura fantasia, che solo nel libro purtroppo si è potuto realizzare. Viceversa ho scritto i restanti capitoli in prima persona in modo che il lettore nella lettura potesse essere più coinvolto, e tentare almeno di provare le stesse emozioni che noi avevamo vissuto.

Il protagonista del tuo racconto, correggimi se sbaglio, è l’amicizia tra te e Antonio. Perché hai deciso di trattare del vostro rapporto e non hai trattato invece una biografia di Antonio?

Hai detto bene, il protagonista è assolutamente l’amicizia. Innanzitutto non sarei stato in grado forse di scrivere una Biografia di Antonio Orsini, poi credo che non ne sarei stato nemmeno degno. Non potevo conoscere gli aspetti privati della sua vita, e soprattutto nemmeno mi sarei sentito autorizzato a fare qualcosa del genere. Noi eravamo si i migliori amici, un amicizia quasi fraterna, passioni in comune, ma allo stesso tempo eravamo molto diversi. Ognuno percorreva i binari della propria vita. Ad esempio Lui tifava Inter e io Milan, lui studiava a Modena e io a Cosenza, Lui preferiva le bionde e io le more. Perciò ho scritto solo delle nostre avventure vissute insieme.

Cosa ti ha spinto a inserire intere conversazioni virtuali con Antonio nel tuo libro?

Pubblicare estratti delle nostre conversazioni è stata una decisione difficile, in primis perché non potevo avere l’autorizzazione di Antonio, inoltre come si può leggere non sono scritte in Italiano corretto. Ma è cosa nota che le chat live sono un affronto all’accademia della crusca. Tuttavia pubblicando frasi realmente pensate e dette secondo me poteva essere utile a far capire al lettore maggiormente la nostra semplicità e farlo entrare virtualmente nella nostra amicizia. Inoltre ho voluto far notare l‘organizzazione che impiegavamo per qualsiasi evento come il viaggio per Bologna o le uscite e i capodanni.

La montagna, il fiume, la bici, i diorami sono un tratto distintivo della vostra amicizia. Oggi è un po’ difficile trovare un’amicizia che si rinsaldi su queste cose, non trovi?

Ha detto bene, è difficile trovare un amicizia in cui si hanno più di una passione in comune. Io stesso con tutti gli altri miei amici, anche migliori amici, ho al massimo un paio di passioni condivise. La straordinarietà della nostra amicizia è stata proprio questa. Se è possibile trovare appassionati di montagna, aggiungiamo anche la bici, e se vogliamo anche la play, passione comunissima tra gli adolescenti ma avere in comune anche un talento artistico come quello nostro per la costruzione di presepi e diorami, non credo ne esistano molte. La nostra amicizia ha contribuito non poco a farci crescere entrambi artisticamente. Perciò vorrei che questo semplice racconto sia modello da seguire per tanti altri migliori amici.

In un passo del tuo libro soffermi l’attenzione sull’importanza di vivere appieno ogni istante come fosse l’ultimo. Da come hai scritto suppongo che tra te e Antonio era così. Cosa ha reso il vostro rapporto unico?

Diciamo che tra me e Antonio non era esattamente cosi. Vivevamo tranquilli e spensierati come se mai ci potesse accadere nulla. Non potevamo nemmeno immaginare quale dramma era in attesa di abbattersi su di noi. Non abbiamo mai pensato neppure per un istante che un giorno ci saremmo allontanati. L’unico motivo per cui forse avremmo potuto litigare, sarebbe stata una ragazza contesa, ma avremmo comunque trovato una soluzione. Ci si rende conto che bisogna vivere ogni istante come se fosse l’ultimo solo quando si cade nell’abisso. Non so quando darei con quello che so ora, per tornare solo un istante ad uno dei momenti felici vissuti insieme e prenderci un momento per un degno addio.

Hai deciso di donare in beneficenza ai bambini il ricavato del libro. Perché questa scelta, cioè, perché proprio ai bambini?

Ho deciso di donare la parte di ricavato che mi spetta in beneficenza in primis perché il mio obbiettivo non era certo racimolare qualche euro, ma far semplicemente conoscere la nostra storia a tutti, e far rivivere in qualche modo Antonio per la sua famiglia e i suoi amici. La scelta è caduta proprio sui bambini più sfortunati di noi in quando Antonio era un amante dei bambini, quando ne vedeva uno gli brillavano gli occhi. Quando mi aspettava vicino casa dei miei nonni, si intratteneva spesso a giocare con mio fratello o i vicini lasciava trasparire la sua felicità e gioia. Si sentiva uno di loro.

Porete leggere l’opera di Giuseppe Pataro cliccando per il cartaceo qui e per l’ebook qui.

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