Due stratagemmi di un grande scrittore, svelati

Chi fosse Jeffery Deaver l’ho ignorato fino a domenica mattina 9 settembre 2019.

Poi l’ho scoperto essere un grande e prolifico autore statunitense di best seller: i suoi romanzi sono stati venduti in 150 Paesi in tutto il mondo e tradotti in 25 lingue diverse.

Quindi non è un Donato Corvaglia qualsiasi, per intenderci!

Questo mi ha dato il “la” per usarlo come valido, anzi validissimo esempio a supporto delle argomentazioni che spesso affrontiamo in questo blog.

Chi mi segue da tempo sa a cosa mi riferisco, chi invece è qui per la prima volta beh… un motivo in più per mettersi al passo!

Dicevo di averlo scoperto domenica 9 settembre e ti dico anche come: leggendo la sua intervista sul numero #405 di la Lettura (il supplemento culturale de Il Corriere della Sera).

Qui Deaver, intervistato da Sara Gandolfi, in occasione dell’uscita del suo ultimo libro Il gioco del mai” risponde alle domande dandomi diversi ottimi spunti di riflessione. Te ne condivido due.

Primo

Deaver parlando del suo nuovo personaggio di nome Colter Shaw, dice: “Un buon libro deve raccontare esperienze coinvolgenti ed emozionanti, per avere una marcia in più poi deve esserci [per il personaggio] il rischio del pericolo fisico ma anche quello emotivo”.

Adesso andiamo oltre l’apparente banalità di questa risposta.

Noi possiamo andarci, perché ne abbiamo gli strumenti.

La porta per addentrarci ed andare a fondo è la parola Rischio.

Apriamo la porta, cosa ci troviamo?

Questo: Quel rischio che dà senso al tuo personaggio.

E’ l’articolo dove abbiamo già affrontato il concetto di Rischio abbastanza nel dettaglio (magari dagli una lettura).

Cosa ne possiamo dedurre?

Il valore di qualsiasi desiderio di un personaggio è direttamente proporzionale al rischio che è disposto a correre per soddisfarlo, maggiore il valore, maggiore il rischio.

Ad un tratto (e per un momento) questa parola apparentemente banale si libra in cima ai tuoi pensieri, vero?

Ed giusto così.

Senza rischio (fisico o emotivo specifica Deaver) la storia non ha quella marcia in più che la differenzia dalle altre, anzi, aggiungo io, la tua storia non funzionerebbe proprio per niente.

E ancora, quali rischi è disposto a prendersi Grady, per salvare il suo matrimonio dopo la sciagurata perdita della figlia? Il racconto lo trovi qui, te ne consiglio la lettura perché a narrare questa storia è un genio della narrativa, John Dufresne.

Quali forze antagoniste il narratore metterà di fronte a Grady per dar modo al personaggio di venire fuori e farsi conoscere ed entrare in empatia con il lettore?

La vita insegna che il valore di qualsiasi desiderio umano è direttamente proporzionale al rischio corso per soddisfarlo.

Più alto è il valore, maggiore è il rischio.

Noi diamo il massimo valore a quelle cose che esigono il massimo rischio: la nostra libertà, la nostra vita, la nostra anima.

Tuttavia l’imperativo del rischio è ben più di un semplice principio estetico: è insito nella fonte più profonda nell’arte dello scrivere.

Noi infatti, non creiamo storie in quanto metafore di vita, ma le creiamo in quanto metafore di un’esistenza significativa e vivere in modo significativo vuol dire essere in pericolo continuo.

Secondo

Deaver alla domanda: Si pone mai un limite nel descrivere il Male?

Risponde:

[…penso che il lettore debba in qualche modo essere ipnotizzato dal furfante, quasi sedotto, perché in fondo è lui il protagonista. I miei cattivi sono molto intelligenti, fuori dal normale, non sono sporchi e raccapriccianti…]

Ecco che come nel primo spunto, anche qui, posso dirti che abbiamo già gli strumenti per leggere oltre le righe, per andare ad un livello più profondo e capire le ragioni vere che si celano dietro le parole, sagge, di Deaver.

Andiamoci.

In realtà dovremmo spacchettare questa risposta in due parti. Nella prima capiamo perché dice che il lettore debba in qualche modo essere ipnotizzato dal furfante, perché lo definisce addirittura il protagonista?

Troviamo le risposte in questo nostro articolo: Il principio dell’antagonismo nella scrittura di un libro.

Pensaci bene: cosa farà sì che un personaggio diventi profondamente empatico? Come puoi rendere attraente la tua storia?

La risposta a queste domande va ritrovata nel lato negativo della storia.

Nel “furfante”, come Deaver lo definisce.

Più sono potenti e complesse le forze antagoniste che si oppongono al protagonista, ai personaggi, più essi vengono fuori definiti e caratterizzati.

Per lato negativo della storia intendiamo la somma totale di tutte le forze che si oppongono alla volontà, all’obiettivo, al desiderio dei nostri personaggi.

Lo scrittore ha il compito di potenziare il lato negativo, di generare conflitto nella storia, perché è solo così che può dare una forma compiuta al protagonista e agli altri personaggi.

Quindi il furfante ci serve come il pane, e Deaver, giustamente, estremizza questa tecnica per renderla maggiormente efficace, come? Prendiamo la seconda parte della sua risposta per chiudere il cerchio: I miei cattivi sono molto intelligenti, fuori dal normale.

Ovvio.

Più efficaci e intelligenti sono i furfanti e più forma compiuta, efficacia ed empatia avranno il protagonista e gli altri personaggi!

Avrei altri spunti di cui parlarti, ma per ora mi rendo conto che può già bastare così, grazie per avermi letto fin qui.

Per qualsiasi dubbio scrivimi.

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