Cosa rende avvincente una storia?

La cattiva scrittura vende

Prima o poi capita a tutti di chiedersi come fa un libro a vendere? Perché quella storia vende milioni di copie e la mia no? Cos’ha di diverso?

È una domanda che mi faccio da anni. E leggere nuovi libri è anche la volontà di trovare una risposta. Anche se ho paura di rispondere, di rispondermi. Ma mi sto convincendo sempre di più che la buona scrittura non è fondamentale.

Come amante delle parole, mi rendo conto che è un boccone amaro da digerire. È doloroso vedere una scrittura terribile riuscire dove una brillante ha fallito.

La storia è più importante della prosa

Come aspirante narratore, capisco come scrittori sciatti la facciano franca. Perché non serve una voce forte, una prosa ben congegnata o un’educazione ai classici per raccontare una storia che i lettori seguiranno fino alla fine.

Una cattiva scrittura può raccontare una buona storia, proprio come una storia terribile può nascondersi sotto una maschera di belle parole.

I lettori di narrativa di genere si preoccupano molto di più della storia che della prosa. Le loro priorità sono giuste. Se ti dovessi chiedere di fare una scelta netta, cosa risponderesti? Io mi sentirei costretto a rispondere che la storia conta di più.

Al netto di questa domanda, che spero mai nessuno mi farà, rimango un convinto sostenitore di entrambe: una storia avvincente raccontata in una prosa ben congegnata è ciò che di meglio si può (o dovrebbe) ottenere.

Sappiamo tutti cosa rende cattiva la scrittura. Ma cosa rende una storia avvincente? Cosa rende una storia così avvincente tale che i lettori la leggeranno e la consiglieranno anche se è scritta male? Questa è la domanda a cui spero di rispondere qui.

Brucia i contorni della trama

Se hai letto tanti libri su “come scrivere” così come ho fatto io, hai già familiarità con l’idea che il conflitto sia la forza trainante di una storia. Ne ho già parlato approfonditamente qui e qui.

Stiamo in pratica parlando di questo:

  1. Crea un protagonista imperfetto (empatico) che desidera qualcosa
  2. Distruggi i suoi tentativi di raggiungere il suo obiettivo (conflitto)
  3. Che vinca o perda non importa, basta che sia cambiato.

Tutto quello che questi sistemi fanno (e i migliori lo fanno molto bene) è insegnarti come creare una trama. E una trama non è la stessa cosa di una storia.

Perdere la trama e trovare la strada, ehm volevo dire la… storia.

Una trama da sola, per quanto ben congegnata, sarà sempre una cosa morta, inanimata: sarà un golem senza il padrone; un essere d’argilla senza l’anima. La storia è ciò che trasforma l’argilla pesante della trama in carne viva. 

È l’energia creativa che guida la trama e la collega al cuore del lettore.

Allora qual è la differenza tra storia e trama? E cosa rende una storia avvincente?

Il conflitto da solo non è sufficiente per guidare una storia. Ci deve essere una trasformazione. Il conflitto deve portare al cambiamento e il protagonista stesso deve fare il cambiamento.

Questo è vero. Ma c’è di più nella trasformazione. Il semplice cambiamento nel protagonista – da codardo a coraggioso, nervoso a fiducioso, da servitore cencioso a principe scintillante – non è sufficiente per creare una storia avvincente. 

Tali trasformazioni sono superficiali, ci insegnano poco e non coinvolgono il lettore a un livello profondo. Non affascinano, non fanno battere più forte il cuore, né indugiano nell’anima.

La trasformazione che rende avvincente una storia

La specie di cambiamento di cui abbiamo bisogno è una profonda trasformazione delle convinzioni fondamentali del protagonista, della sua visione del mondo, di tutto ciò che ha pensato fosse vero e ha guidato i suoi pensieri e le sue azioni fin da quando riesce a ricordare.

Va bene. Questo lo sappiamo, proviamo ad andare un pochino più in profondità.

Dalla nascita o subito dopo, iniziamo a costruire una libreria di esperienze e le conseguenze delle nostre azioni sono una risposta a quelle esperienze. Impariamo dall’intersezione tra i nostri desideri e i nostri limiti; tra sopravvivenza e minaccia.  In altre parole, ci raccontiamo storie.

La maggior parte dei nostri pensieri e processi decisionali avvengono inconsciamente. Se li conosciamo, quella consapevolezza sorge dopo sotto forma di osservazione. Abbiamo molto meno libero arbitrio di quanto ci piace credere.

Algoritmi dell’anima

Il dizionario definisce un algoritmo come “una procedura passo passo per risolvere un problema o raggiungere un fine”.

Inventando scenari di azione/risultato immaginati e testandoli rispetto a eventi di azione/risultato reali, il nostro cervello costruisce una serie di algoritmi “se questo, allora quello” che funzionano inconsciamente, determinando le nostre decisioni e guidando le nostre azioni. Questi algoritmi modellano ciò in cui crediamo del mondo, come funziona e risponde. 

Un punto cruciale da tenere in considerazione qui è che questi algoritmi si costruiscono in risposta a eventi specifici del mondo reale. 

Le nostre credenze e tratti attuali derivano dal modo in cui abbiamo interagito con il mondo in passato. 

Più a lungo manteniamo una convinzione, ovvero più a lungo un algoritmo specifico lavora per noi nel soddisfare i nostri desideri ed evitare la sofferenza, più diventa radicata. Nel tempo, diventa uno schema fisso e abituale.

Questo schema fisso e abituale può frantumarsi solo di fronte ad una grossa crisi.

Quella che mettiamo (o che dovremmo mettere) di fronte al nostro protagonista. Subito.

Algoritmi, abitudini e apprendimento

Nelle prime fasi dell’apprendimento, le nostre risposte sono più flessibili. “Questo ha funzionato. Tienilo. Non ha funzionato, rifiutalo

Ma una volta che algoritmi specifici diventano abitudini consolidate, il nostro cervello è riluttante a cambiarli. “Questo non ha funzionato, ma prima funzionava sempre; ritenta.

Quel ciclo di feedback verrà riprodotto molte, molte volte prima che il cervello abbia abbastanza controdati per far scattare l’interruttore. “Questo non funziona più. Serve un nuovo algoritmo”.

Ed ecco la chiave per scoprire cosa significa la storia. Questa è la risposta alla domanda con cui abbiamo iniziato: “Cosa rende una storia avvincente?”

Leggiamo storie per testare algoritmi ipotetici.

Come lettori, ci identifichiamo con il protagonista quando risponde agli ostacoli sulla base di convinzioni logiche comprovate da eventi passati. 

Diventiamo ansiosi quando quegli algoritmi non funzionano più e le azioni che continua a intraprendere riducono le sue possibilità di successo e lo mettono a rischio. 

Guardare le sue convinzioni sgretolarsi mentre lo portano in pericolo – con tutte le conseguenze psicologiche, emotive e pratiche – è ciò che rende una storia avvincente.

Ed è la vita interiore del protagonista – la sua visione del mondo, le sue convinzioni, i suoi algoritmi decisionali – che guidano le sue azioni e quindi danno alla trama il suo scopo e significato.

Più profondo di causa ed effetto

Possiamo riassumere una trama come una serie di eventi causa-effetto che portano i nostri protagonisti principali da A a B. Questo è noto. 

Ma pochi insegnano ai nuovi scrittori cosa guida l’evento, cosa fa sì che si passi da A a B, o perché i suoi effetti sono importanti

Bene è proprio l’algoritmo interno al nostro protagonista a guidare gli eventi e nessuna parte di questo processo è passivo.

Quando ci uniamo a lui, all’inizio della storia, il suo algoritmo è già diventato obsoleto e ha bisogno di cambiarlo. O cambia o muore. Questa è la tragedia essenziale dell’eroe. È eroico perché è imperfetto. Il suo difetto fatale è un algoritmo obsoleto.

Ogni azione che intraprende peggiora progressivamente la sua situazione fino a quando non è costretto a soccombere all’autodistruzione o a cambiare il suo algoritmo.

Cosa rende una storia avvincente?

È questa la trasformazione che rende avvincente una storia. È questa storia interiore che genera il conflitto, che mette in moto la catena causa-effetto e la sostiene, e che conduce al cambiamento finale che porta la trama alla sua conclusione apparentemente più logica ma, nello stesso tempo, sorprendente.

Tutti i corsi da 90 euro e gli schemi di trama scaricabili che continuano a proliferare sul web come virus – spesso promossi da persone che non capiscono di cosa stanno parlando – non ti aiuteranno a scrivere una storia avvincente, ti aiuteranno solo a costruire una trama inanimata che, da sola, non ha alcun significato.

Un golem.

Se sei un avido lettore e un abile narratore, potresti infondere a quella trama una storia viva già mentre scrivi. Ma scoprirai che, per quanto meticoloso sia il tuo schema, la trama continuerà a sgretolarsi finché non la avrai rielaborata in modo che la storia – la necessità del cambiamento interiore del tuo protagonista – sia nel suo cuore e gli pompa sangue nelle vene.

L’effetto miracoloso di questa realizzazione dal punto di vista dello scrittore è che se inizi con la storia e la tieni al centro di ogni parola, frase, paragrafo e capitolo che scrivi; allora la trama, la catena causa-effetto, gli ostacoli significativi, la trasformazione e la conclusione si prenderanno cura uno dell’altro

Quando raggiungerai il “The End” avrai una storia potente e avvincente.

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