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Self-publishing: quando arriva il vero successo per uno scrittore?

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Soffermiamoci ancora una volta sulle motivazioni che ci spingono a scrivere, perché spesso mi capita di ascoltare i commenti di aspiranti scrittori demoralizzati dalla scarsa attenzione che ricevono dal pubblico, per quanto si sforzino di creare qualcosa che sia degno di essere chiamato “libro”.

Si finisce per dare la colpa alla poca considerazione che “la società” ha per la cultura, ma a volte tutto dipende dalla percezione che noi stessi abbiamo del successo. Ad affermarlo non sono certo io, c
he in quanto a successo… ma lo scrittore e performer Dan Holloway, in un bellissimo pezzo dal titolo “Never take yes for an answer”.

Secondo Holloway, quanti più responsi positivi riceviamo per il nostro operato, tanto più ci allontaniamo dal motivo per cui abbiamo iniziato a scrivere.

Il modo in cui misuro il mio successo come scrittore è molto diverso dal modo in cui gli altri lo considerano. Per uno che scrive poesie funeree, romanzi sperimentali e racconti trasgressivi, ho avuto molto più di quanto in generale viene considerato successo. Uno dei miei romanzi auto-pubblicati ha venduto più di 7.000 copie ed è stato libro dell’anno su Blackwell. Sono diventato un collaboratore del Guardian Books Blog. Ho messo su più di 100 spettacoli letterari dal vivo e sono stato invitato ad una serie di eventi di prestigio nel calendario letterario. Se chiedi alla maggior parte delle persone, tra cui Google, questi sono probabilmente i momenti più alti della mia carriera, ma ognuno di questi mi ha portato più lontano dalla direzione che avrei voluto prendere. Questo tipo di convalida è la cosa più pericolosa che affronterai nella tua vita di scrittore. Il sì, proprio come la più potente delle sostanze stupefacenti, ti fa venire voglia di altri sì e per ottenere più sì farai sempre di più, fino a perdere di vista i tuoi veri obiettivi.

Per questo diventa fondamentale, prima di iniziare a scrivere qualsiasi cosa, chiarire a se stessi il motivo per cui lo si sta facendo.

Perché quando abbiamo un sì come risposta, pensando di aver finalmente ottenuto, non qualcosa, ma ‘La Cosa’, ciò per cui abbiamo tanto lottato e ci siamo sacrificati, siamo disposti a gettare via in un attimo qualsiasi principio, missione o passione fuori della finestra e finiamo per misurare il successo solo dalla quantità di sì che successivamente raggiungeremo.

Quindi, il suggerimento di Holloway è di prenderti tutto il tempo necessario per scrivere le tue motivazioni: “Capire perché si scrive è la chiave per sapere ciò che si vuole dalla propria scrittura. Se non sai quello che vuoi dalla tua scrittura, come diavolo stai facendo a scrivere qualcosa?  Come fai a dire se le tue parole stanno facendo ciò che vuoi?

Cerca di riassumere in una sola frase la risposta alla fatidica domanda: perché scrivi?
Fanne un adesivo da attaccare al tablet o al computer portatile. Non devi fare altro finché non avrai la risposta; certamente non dovresti aprire un sito di scrittura on-line. Quella sola frase è la tua ancora, l’unica cosa che ti terrà a galla quando verrai squassato dalle onde e dai venti provenienti da ogni parte per buttarti fuori rotta, o peggio, spingerti delicatamente in una direzione diversa.

Quella frase è il tuo invito al mondo. E non avere paura quando nessuno sembra ascoltare.
Entrare nel mondo non significa necessariamente avere un sì come risposta. Non se viaggiamo, come stranieri impegnati ad osservare e apprendere, la gioia come il dolore, sempre preservando la nostra integrità artistica, come un marchio. E quando quei viaggi, filtrati e sintetizzati, tornano indietro come arte, siamo noi che dobbiamo tenere la porta aperta, offrirci al mondo, in modo da poterlo cambiare, per quanto poco.

Se con la mia arte, anche solo una persona sentirà la sua voce liberata, sebbene nel più piccolo dei modi, io avrò avuto successo.

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3 Comments
  • Carlo Boldrighini
    Ott 31,2013 at 10:15

    Perché si scrive? Forse per lo stesso motivo per cui si dipinge o si scrive musica. E’ forse un’esigenza insopprimibile quasi come il parto.
    Vogliamo essere poetici e dire che è un desiderio d’amore?
    Mi sono soffermato spesso su dei quadri di Boldini, dei pastelli, mi sembra, raffiguranti quelle donne meravigliose che solo lui sapeva dipingere. Bene, per me lui non dipingeva: lui accarezzava il soggetto, lo amava, lo possedeva.
    E’ così anche per chi scrive?
    Ho scritto solo tre libri: nel primo sono profondamente innamorato del protagonista, la persona, non il personaggio, per il semplice fatto che avevamo vissuto insieme. per lunghi anni.
    Nel secondo è stato altrettanto facile, anche se meno intenso, perchè questa volta il protagonista è un po’ una copia del primo.
    Ma nel terzo, no. Jay, si chiama così, è stato proprio il frutto di un ‘parto’: l’ho amato prima ancora che diventasse una persona. L’ho semplicemente messo al mondo, poi ha fatto tutto da solo e io non facevo altro che seguirlo nella sua vita.
    Certo, quando ho messo la parola FINE, ho pensato anche alle vendite , al successo e così via, ma credetemi, sono pensieri che se ne sono andati con la stessa velocita con cui sono venuti.
    Non sono certo che capissi veramente perché scrivevo quello che scrivevo, però so che mentre lo facevo ero veramente felice. Che sia anche questa una chiave magari perduta da Holloway?
    Grazie per la pazienza. Carlo.

    • Ott 31,2013 at 12:02

      Grazie a te Carlo, è molto bello il tuo commento

      • Carlo Boldrighini
        Nov 1,2013 at 13:39

        No, grazie a Te, Sonia. Il tuo semplice commento mi ha quasi fatto sentire un Grande. E’ durata pochissimo, naturalmente. Ma mi sono goduto in pieno quei pochi secondi che Tu mi hai regalato. Quindi, come vedi, sono io che devi ringraziarti. A risentirti, spero. Carlo

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